Stanchi delle pandemie nelle serie TV? Passiamo ai blackout!

Se anni fa le serie apocalittiche o thriller avevano spesso come tema comune una pandemia (ed io ho amato la belga Cordon, ma adesso non la rivedrei nemmeno se mi pagassero), ultimamente mi sono imbattuta in alcune serie che trattano invece di un’altra minaccia che speriamo non si avveri mai: il blackout.

La prima serie di cui vi parlo è belga (lingua fiamminga), un political thriller, e si intitola, manco a farlo apposta, Blackout. Protagonista il primo ministro, Annemie Hillebrand (Sara De Roo), che, durante una seduta al Parlamento Europeo, riceve un video terribile che vede coinvolta la figlia diciottenne: la ragazza è stata rapita e mostra un cartello con il testo: “Se torna la luce, tua figlia muore“. Lo strano messaggio assume un significato allorché, dopo qualche ora, viene sabotata la centrale nucleare di Westerdonk e sul paese scende il buio totale. Cosa è successo? E soprattutto chi c’è dietro questo assurdo piano? Annemie si rivolge ad un suo amico detective della sezione antiterrorismo, Michael Dendoncker (Geert Van Rampelberg), l’unico che sa della figlia, e che cercherà di scoprire in segreto chi l’ha sequestrata. Per il resto, lei dovrà fare il possibile per ritardare le operazioni di ripristino della rete elettrica.

Della figlia si sa poco, durante la prima puntata, soltanto che è ambientalista, contraria al nucleare, e che c’è qualcuno che la stalkera telefonicamente. Il fatto più assurdo è che, nel momento in cui si scopre qualcuno dei criminali, lo si trova già cadavere. Quale strano potere si nasconde dietro tutto questo, arrivando addirittura a sacrificare delle pedine? Annemie sarà combattuta tra senso del dovere e amore per sua figlia. Milioni di persone sono bloccate per la mancanza di elettricità, si ritrovano senza acqua, luce, riscaldamento. E lei è la responsabile della loro sicurezza. Ma suo marito la spinge a prolungare il blackout. Tensione e mistero crescono puntata dopo puntata, e verranno affrontati temi come ecologia, sostenibilità, sicurezza nazionale. Dieci sono le puntate, in rete si trovano con sottotitoli in inglese.

I temi della crisi e del collasso della nostra società hanno ispirato tanti lavori più o meno validi, a basso o alto budget, e questa seconda serie di cui vi parlo, francese, di Canal+, L’Effondrement, si difende bene nonostante il basso investimento. Ideata dai Les Parasites (Giullame Desjardins, Jérémy Bernard e Bastien Ughetto), è stata trasmessa nel novembre 2019 e per un periodo è apparsa integralmente su Youtube. Si tratta di 8 mini episodi (durata 20 minuti circa), e per ognuno di essi conosciamo personaggi diversi, in diverse zone della Francia, che affrontano situazioni a mano a mano sempre più difficili e surreali. Non sappiamo bene cosa sia successo nel paese, o forse nel mondo. Improvvisamente salta la corrente elettrica, ma già giorni prima sono finiti i rifornimenti per mancanza di benzina e quindi traffico e scambi commerciali bloccati.

Assistiamo dunque alle dinamiche delle comunità, alla trasformazione del genere umano, da civile a selvaggio, come in ogni serie apocalittica che si rispetti. Ogni famiglia dovrà trovare il modo per sopravvivere, costi quel che costi. Devo dire che il primo episodio, ambientato in un supermercato, mi ha catapultato in un deja vu alquanto sgradevole… avete presente quando manca la carta igienica? Immagino di sì. E quando la carne è finita e rimangono solo hamburger veggie? Ancora peggio. In questa antologia troverete episodi che vi piaceranno di più, altri un po’ meno, ma tutti carichi di tensione. Un regalo per gli appassionati di “Un village francais” e Spiral è l’apparizione di Audrey Fleurot. In rete trovate gli episodi con sottotitoli in inglese.

E passiamo alle distopie tanto care a Netflix: un’Europa smantellata e tornata alle primitive comunità nei boschi è protagonista di “Tribes of Europe”. Siamo nel 2079, c’è stato un misterioso blackout durante un dicembre detto “nero”, e anche qui non conosciamo le cause. A seguito delle tensioni politiche, l’Unione Europea si è dissolta e si sono creati dei micro-stati che lottano per dominare il continente. Tre fratelli (Liv, Kiano ed Elja di lingua tedesca), vivono in una comunità di pacifisti, gli Origine, protetti dalla foresta, da sempre nascosti per evitare le tribù violente che li circondano, ma qualcosa sconvolge la loro tranquillità. Un aereo (non se ne vedevano da un pezzo) precipita nel bosco mentre i tre ragazzi stanno cacciando lupi. Assieme al padre Jakob (Benjamin Sadler), lo raggiungono e Elja trova una sorta di cubo poco distante dal veicolo. Lo nasconde e presto troverà anche il pilota ferito. Decidere di portarlo al villaggio per farlo curare segnerà la fine (o il principio) di tutto.

I Corvi (di lingua inglese), una tribù sanguinaria alla caccia del famoso pilota, guidati dallo spietato capo militare Varvara (Melika Foroutan), assaliranno gli Origine sterminandoli. Sappiamo soltanto che il pilota ha affidato il cubo ad Elja e lui è riuscito a scappare. Cosa vuol dire quel cubo? E che significa la frase del pilota “Sta per arrivare una minaccia dall’est”? C’è del simbolismo nascosto in tutto questo? Creata da Philip Koch, suddivisa in 6 episodi, non sarà certo all’altezza di Dark (i produttori sono gli stessi), ma per un weekend rilassante la serie si può già guardare su Netflix. E mi raccomando… spegnete le luci!

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