“PEREVAL DYATLOVA” – Un “X-file” russo che rimane un mistero

Se come me siete appassionati di strani ed inspiegabili eventi realmente accaduti, non potete perdere questa serie russa che racconta uno dei più misteriosi casi, l’incidente del Passo del Diavolo. “Pereval Dyatlova” o “Dead mountain – The Dyatlov Pass incident“, sviluppata in 8 episodi, è stata scritta da Ilya Kulikov, diretta da Valeriy Fedorovich ed Evgeniy Nikishov, prodotta da 1-2-3 Productions e distribuita da Beta Film.

Il 27 gennaio 1959 una spedizione di 10 studenti dell’Istituto Politecnico degli Urali (ora Università Federale degli Urali) di Ekaterinburg (capoluogo dell’Oblast di Sverdlovsk situato ad est verso il Bassopiano siberiano) partì in treno per un lungo viaggio. Il gruppo, formato da 8 ragazzi e 2 ragazze e guidato dal 23enne Ingegnere radio Igor Dyatlov (Ivan Mulin), doveva raggiungere il Monte Ortoten, situato nella parte settentrionale degli Urali, un progetto legato al 21° Congresso del Partito dalla Gioventù Comunista dell’Unione Sovietica, in particolare del “Komsomol”, la frangia Leninista. A monitorare i ragazzi era stato inviato l’esperto istruttore 38enne Alexander “Semyon” Zolotaryov (Egor Beroev) ma in realtà la sua presenza nascondeva un’identità segreta ed altre motivazioni.

Tutto procedeva bene ed il gruppo, nel quale regnava l’armonia, presentava le tipiche caratteristiche della gioventù: l’idealismo e l’entusiasmo per l’avventura da parte dei ragazzi, mentre le ragazze sognavano l’amore. Uno di loro, Yudin Yuri Yefinovich (Maksim Kostomykin), sofferente ad una gamba, non se la sentì di proseguire e tornò indietro: il ragazzo era un sensitivo, aveva terribili incubi e premonizioni su ciò che sarebbe accaduto, infatti fu l’unico superstite. Molti segnali indicavano che il gruppo era in grande pericolo, come l’incontro con l’orso o i tre cerchi di luce bianca in movimento avvistati nel cielo notturno, ma nessuno di loro poteva immaginare la drammatica fine che li aspettava. Il 2 febbraio, a causa di una tempesta di vento furono costretti ad accamparsi in tenda passando la notte sul Monte Cholatcachl (Kholat-Syakl) a 1097 metri di altezza e a 10 chilometri dall’Ortoten, la mattina dopo purtroppo erano tutti morti.

Il 26 febbraio, non ricevendo alcuna notizia dagli studenti, il Procuratore della città di Ivdel, Vasily Tempalov (Aleksey Kirsanov) aprì un’indagine, a lui venne affiancato da Mosca il Maggiore Kostin del KGB (Pyotr Fyodorov), che agì in incognito come suo assistente sotto il nome di Oleg Dmitrievich. Vicino alla tenda, che era stata lacerata dall’interno, vennero rinvenuti solo 4 corpi, gli altri furono trovati in una zona più distante nel mese di maggio. La patologa forense Shumanova Ekaterina (Katya) Andreyevna (Mariya Lugovava), vedova di guerra e madre dell’adolescente Nikolaj (Kolya) fu incaricata di esaminare i corpi per stabilire le cause della morte. Oleg e Katya erano due anime ferite dalla guerra e dal dolore in cerca di consolazione e di speranza, il loro delicato incontro e rapporto non fu casuale ma voluto dal destino: nel 1945 Oleg combatté a Berlino insieme a Victor, il defunto marito di Katya, e lui stesso aveva perso moglie e figlio sotto le bombe.

Gli esami effettuati da Katya evidenziarono che sei vittime erano morte per ipertermia mentre gli altri presentavano inquietanti ferite, lacerazioni e traumi fisici di origine sconosciuta, tra i quali costole rotte e mancanza di occhi e lingua; vennero inoltre rilevate tracce di contaminazione radioattiva. Alcuni erano seminudi, questo fu spiegato come “spogliamento paradossale”, ovvero la tendenza a togliersi gli indumenti in caso di esposizione a temperatura bassissima, fenomeno creato dall’alternarsi di vasocostrizione e vasodilatazione. Varie furono le ipotesi avanzate come cause del tragico incidente: la furia della natura con i suoi forti venti catabici provenienti da un pendio, predatori animali o creature simili allo yeti, ufo, missili sovietici o palloni sonda, test militari oppure la superstizione e maledizione legate alla montagna stessa dal sinistro aspetto. Già, perché “Cholatcachl” in dialetto Mansi (popolazione indigena locale) significa “montagna della morte”: secondo un’antica leggenda, infatti, alcuni cacciatori durante una battuta di caccia persero la vita proprio lì. Nel maggio del 1959 il caso fu archiviato per “assenza di colpevoli”, ma la vera causa della tragedia non verrà mai alla luce, solo Oleg conosceva cosa era successo. Nel 2019 venne riaperta l’indagine che portò alla conclusione che si trattò di una valanga.

In onore di Igor, il capo della spedizione, la montagna venne rinominata “Il passo di Dyatlov” , per ricordare gli sfortunati ragazzi è stata realizzata una tomba dedicata a loro che si trova nel cimitero di Mikhajlov a Ekaterinburg. La vicenda è stata fonte di ispirazione in numerosi campi: un romanzo nel 1967, alcuni documentari dal 2000 ad oggi (anche nella docuserie “The unexplained” con William Shatner del 2019), il film “Devil’s Pass” del 2013 diretto da Renny Harlin, recentemente un album musicale di un gruppo russo post-rock metal e addirittura un videogioco.

Personalmente l’ho trovata una produzione molto interessante, sia per la tematica che per la recitazione. Mi è piaciuto molto il modo in cui è stata girata, in formato 16 millimetri con episodi alternati, i dispari a colori dedicati all’indagine mentre i pari in rigoroso bianco e nero con il sottotitolo “Woodpecker Pass” raccontano la storia dei ragazzi, una sorta di serie nella serie. Le immagini sembrano quasi filmati originali, il tutto crea un’atmosfera particolare e speciale che ci ricorda vecchi film. Consiglio assolutamente la visione, sperando di essere riuscita ad incuriosirvi almeno un po’!

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