Sløborn, l’apocalisse non è così irreale

La serie tedesca Sløborn è stata girata nel 2019, quando ancora non si sapeva nulla del Coronavirus. Ci sono sempre state serie TV dedicate ad apocalissi del genere, ma adesso non si può fare a meno di notarle. Potrebbero infastidire un pubblico più sensibile, io stessa volevo evitare, in prima battuta, di vederla, ma poi, leggendo recensioni positive in giro, e focalizzandomi soprattutto sulla psicologia dei personaggi, sono arrivata fino alla fine.

I protagonisti vivono su un’isola fittizia, Sløborn, situata nel Mare del Nord tra Danimarca e Germania, dove la vita sembra scorrere tranquilla, anche se solo in apparenza. Nikolai Wagner (Alexander Scheer), scrittore di fama alle prese col suo nuovo bestseller ma cocainomane, sbarca sull’isola per cercare di scrivere il romanzo e completarlo entro sei settimane. Viene ospitato dalla moglie di un pastore evangelico, Merit (Laura Tonke), che lo ammira e ha organizzato una serata in paese con lui come ospite d’onore. Purtroppo Nikolai non è molto d’accordo, anche perché dovrebbe leggere uno stralcio del suo nuovo romanzo che ancora non ha preso forma, e poi in questo momento ha problemi più importanti, tipo recuperare la dose…

Evelin Kern

C’è poi Emily (Evelin Kern), figlia di genitori in via di separazione, sorella più grande di quattro, presa dai problemi sentimentali e scolastici. Intorno a lei girano i compagni di classe, tra cui Herm (Adrian Grünewald, principiante che secondo me promette molto bene), timido, vittima di bullismo da parte dei compagni e di violenze da parte del padre poliziotto.

Roland Møller e i suoi ragazzi

In un’altra zona dell’isola, c’è una fattoria appartenente a Magnus (Roland Møller, attore danese) che crede nel recupero degli adolescenti problematici e ospita un gruppo di ragazzi provenienti da un carcere minorile sulla terraferma, per un progetto di reintegrazione nella società partendo dal lavoro e dallo stare bene in comunità. Facile a parole…

Alexander Scheer

Tutto procede più o meno regolarmente, ogni tanto si sentono notizie riguardo un virus trasmesso dagli uccelli che sta mietendo vittime in Asia. L’Europa sembra ben distante da una simile catastrofe. Purtroppo non è così. Ben presto, approderà una imbarcazione senza nessuno al comando perché i padroni sono le prime vittime di questo virus. La situazione precipita, qualcuno è salito sulla barca e bisogna isolare i focolai. Il virus è particolarmente violento, si manifesta con polmoniti ma soprattutto con fuoriuscita di sangue da naso e occhi e non funziona nessuna cura. Qualcuno è immune e riesce a combatterlo, e questo, come si può immaginare, diventerà un’arma a doppio taglio.

Non so come ci si senta oggi ad aver girato un anno fa una serie del genere: non manca nulla, focolai, distanziamento sociale, mascherine, evacuazione (questa non l’ho tanto capita inizialmente, poi ci si arriva), rapporti tra le persone sempre più tesi. Gli otto episodi sono cupi e angosciosi, e nelle ultime puntate la tensione aumenta.

Dicevo che non è l’unica serie a trattare questo tema, ultimamente ci sono state la canadese Épidémie e la francese Peur sur le lac. In passato ho amato la belga Cordon e mi sono sempre domandata: potrebbe mai realizzarsi un lockdown di una città? Non si finisce mai di imparare nella vita!

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