Un pedone può essere re: Gangs of London, la rencensione

Avevo già consigliato la serie qualche tempo fa nell’angolo british ma visto il recente annuncio del rinnovo e l’arrivo della serie in Italia (dal 6 luglio su Sky Atlantic) ho pensato di scrivere una recensione con un po’ più di “ciccia”. La serie che ha debuttato in Inghilterra il 23 aprile mi è piaciuta molto e l’ho trovata una delle novità più interessanti di quest’anno.

Cercherò di fare una recensione con meno spoiler possibili ma comunque preferisco avvertire perché evitarlo totalmente è impossibile.

“La sinfonia della violenza”

Gangs of London, è scritta e in parte diretta da Gareth Evans (insieme a Matt Flannery – direttore della fotografia) uno che del genere action né sa qualcosa (The Raid), a livello di trama non è certo nulla di nuovo, quello che però stupisce è la bellezza delle scene d’azione che unito ad un comparto tecnico eccelso (regia, montaggio, fotografia e musiche non hanno nulla da invidiare al cinema) rendono il tutto quasi una danza. Una danza violenta, cruda, esasperata e quasi “grottesca” degne di Miike, Refn e Tarantino; basti vedere il quinto episodio, talmente fuori trama da sembrare uno spettacolo a sé stante, quasi autoriale ma che crea un mix che vira fra il pulp e il gore e ci fa entrare appieno nel vero stile action, dove la morte e la fuga sono il perno centrale della storia.

“quando la città brucia”

Come dicevo la trama non è nulla di così originale, anzi, è abbastanza il canovaccio di tutti i film e le serie di questo genere ma l’intreccio riesce comunque nel suo intento, intrattenere. In molti l’hanno accostata al Padrino o a Gomorra, in effetti ci sono similitudini nei personaggi ma si potrebbe citare anche Snatch o Kill Bill e tanti altri. Già dai primi minuti del primo episodio ci troviamo in una Londra cupa che strizza l’occhio a Gotham City sia per toni sia per il crimine organizzato vista la presenza di gang criminali di diversa provenienza: albanesi, curdi, nigeriani, pakistani e zingari gallesi. Tutte queste bande sono rimaste unite per anni grazie alla famiglia Wallace ma ora che Finn Wallace (Colm Meaney), il leader di questa coalizione, è stato ucciso, ognuna di loro vuole qualcosa in più ed è disposta a tutto per ottenerlo, perché anche il più cattivo e potente ha sopra di sé qualcuno ancora più potente. Sean (Joe Cole) e Marian (Michelle Fairley), rispettivamente figlio e moglie di Finn, vogliono capire chi e perché Finn sia stato ucciso e sono letteralmente disposti ad usare qualsiasi mezzo per poter arrivare alla soluzione: torturare una donna (ex militare danese) sulle note di Only You dei The Platters oppure far crollare edifici sulle note di Nessun Dorma di Giacomo Puccini.

Ci sono poi Ed Dumani (Lucian Msamati) e suo figlio Alexander (Paapa Essiedu) che sono i “fedeli” di Wallace: Ed, amico e consigliere di Finn è forse il vero master of puppets che tira i fili in modo quasi impeccabile anche se forse, a volte, pecca un po’ troppo di hybris. In tutto questo c’è pure Elliot Finch (Sope Dirisu) uno sgherro di basso livello al servizio degli Wallace che piano piano riuscirà a conquistare la fiducia di Sean diventando il suo uomo di fiducia e che in realtà si può considerare uno dei protagonisti della storia, anche in lui però qualcosa di sospetto c’è, il cosa però non lo svelerò. State tranquilli che il mistero (che poi tanto misterioso non è) non durerà molto, la serie non gioca a tenersi i misteri ma dà allo spettatore tutte le carte per capire i vari intrecci, anche l’omicidio del patriarca Finn Wallace che, se ad un primo sguardo può sembrare il pretesto per scatenare la guerra fra le varie bande, nasconde in realtà delle motivazioni più profonde che si ricollegano sia alla trama principale sia al finale. Finale che seppur prevedibile lascia spiazzati perché ci sono un paio di cose che personalmente non mi aspettavo di vedere.

Una delle carte vincenti di Gangs of London è che gli intrighi politici o la diplomazia son messi in disparte, qui c’è la paura e la tensione per esser riusciti a portare a casa la pelle dopo l’ennesimo scontro, la fatica personale di restare al vertice della catena criminale, la forza di lasciare tutto e cambiare vita, la voglia e la tenacia dei genitori di salvare (con qualsiasi mezzo) i propri figli ed anche il riscatto personale. Un altro pregio è l’aver saputo dare spazio a tutti i personaggi, in particolare alla storia di Lale (Narges Rashidi) o alle famiglie Dumani e Dushaj. La serie non è senza difetti ma come dicevo all’inizio è un prodotto che intrattiene e lo fa nella maniera più diretta possibile e con uno stile ancora più schietto ma che non tradisce le aspettative e che ne fa un prodotto di tutto rispetto.

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